ASSISI - LA TERRA DI FRANCESCO: IL GIULLARE DI DIO.
Il giullare di Dio all'inizio era un vero play boy: organizzava le serate e non mancava a nessuna festa o festino che si svolgeva nel suo paese. Quando si è convertito ed ha iniziato a predicare, San Francesco non ha mai dimenticato le sue origini. E così, mentre gli altri continuavano a frustarsi ed a fare sermoni che addormentavano la gente, lui capì che per evangelizzare i popoli bisogna anche farli divertire. E così andava in giro a cantare e ballare, e a dedicare tutte le poesie d'amore che conosceva al suo vero amore: Dio. In cambio dei suoi spettacoli, il giullare di Dio non chiedeva soldi, ma chiedeva di convertirsi e credere al Vangelo. Del resto lui, che era ricco, divenne ancor più ricco quando amò la ragazza più bella che aveva mai incontrato: la Povertà. Amava così tanto la natura che predicava agli uccelli e parlava con i lupi. Abbracciò ed aiutò i lebbrosi. Oggi lo seguono ancora in tanti, che pregano, cantano ed aiutano i poveri. Un santo da cui, ancora oggi, possiamo imparare molto. In questo mondo che ormai dà tutto per scontato, dovrebbe donarci un pò di stupore.
Nelle difficoltà potrebbe donarci la "perfetta letizia", perché può farci comprendere che le difficoltà della vita servono a crescere. Al mondo in guerra dovrebbe insegnare la Pace, e insegnare a far pace. A chi non crede, Francesco d'Assisi dovrebbe ispirare la speranza, ancora oggi amato e popolarissimo per la sua scelta coraggiosa di vita caratterizzata dalla rinuncia di ogni bene, dalla preghiera, dal rispetto per ogni creatura, tanto che è il "santo dell'ecologia". Sicuramente è il santo più popolare della tradizione cristiana. I suoi eremi da secoli sono meta di una devozione che non ha paragoni nella storia della fede; in ogni angolo del mondo a lui sono state intitolate decine di chiese e monumenti, perfino una metropoli negli States (San Francisco) porta con orgoglio il suo nome. Di fronte a questo successo, alimentato per secoli dalla devozione di milioni di fedeli, una domanda viene spontanea: ma come fece un mercante di nome Francesco di Bernardone, nato in una modesta città dell'Umbria alla fine del 1100, a creare così tanto entusiasmo intorno a sé al punto da raggiungere nel giro di appena dieci anni l'immortalità? Non è facile dirlo. Posso però provare a raccontare la sua storia. Francesco! Una personalità sensibile trasformata dall’incontro con Dio. Ogni suo cambiamento era frutto di preghiera e meditazione e richiedeva un certo tempo per attuarsi. Francesco agiva sempre secondo il Vangelo, applicandolo alla lettera giorno per giorno senza avere dei piani precostituiti. Nel 1198, a venticinque anni, Francesco parte per la guerra insieme ad altri giovani di Assisi. Arrivati a Spoleto, pare che durante la notte abbia avuto quella che i mistici chiamano “un’esperienza infusa di Dio” e cioè la presenza divina si manifestò improvvisamente in forma imprevista, invadente, sproporzionata e vivissima. Fu un vero terremoto. Il giorno dopo Francesco tornò a casa: prese coscienza che niente altro era importante se non il Signore! Gli altri impegni, legami, attese potevano essere messi da parte. Nel giro di tre anni Francesco cambiò piano piano, lasciando le feste e i divertimenti con gli amici. Non gli interessa più l’attività commerciale paterna, ricerca invece momenti di solitudine tra i boschi del Subasio per dialogare con Dio. Man mano che questo rapporto maturava, cresceva anche la straordinaria sensibilità di Francesco verso i poveri: riesce ad amare i più miseri, addirittura i lebbrosi, che gli avevano sempre suscitato ribrezzo. Così il giovane brillante e ricco di Assisi s’allontanò da quello che tutti immaginavano sarebbe stato il suo mondo: via dal godimento, via dalla gloria militare, si avviava a diventare un vero “cavaliere di Cristo”, paladino di quella che lui chiamerà Madonna Povertà. Nei suoi comportamenti infatti Francesco avrà stile e classe, sarà libero, perché non possedeva nulla e dunque nulla potrà legarlo a sé, se non Dio stesso. Nella prima fase della sua vita Francesco pensa solo a vivere il Vangelo giorno per giorno, non ha programmi, progetti o idee chiare sul futuro, non sospetta che Dio gli manderà molti fratelli e che dovrà scrivere la sua Regola. Dopo aver avuto da Dio l’incarico di restaurare la chiesa di San Damiano, convocato dal padre di fronte al Vescovo di Assisi, Francesco si spoglia dei suoi abiti, rinuncia ai beni, al nome e se ne va, nudo e libero, nel mondo. La povertà, che lui aveva abbracciato in modo totale, lo conduce alla pace e alla gratitudine più piena verso Dio e il creato e verso ciò che riceverà in dono dagli altri. La vita di Francesco si svolge tra lavoro, preghiera e aiuto ai poveri. Molte ore sono dedicate al colloquio con Dio. Egli ama l’uomo come creatura, a prescindere dalle sue qualità. Di solito si ama una persona per la sua simpatia, la sua fama, la sua ricchezza, la sua bontà. Francesco sa guardare il “semplicemente uomo”, la creatura senza sovrastrutture. Seguendo il suo esempio altri giovani si unirono a lui. Lui li accoglie, li conosce uno per uno e li ama con una dolcezza profondamente materna. Francesco è un esploratore, è l’uomo della concretezza, ma è anche l’uomo della sorpresa capace di stupirsi e d’improvvisare, di collocarsi fuori da qualsiasi schema: né monaco, né sacerdote, non cerca guide spirituali, semplicemente applica il Vangelo alla lettera e agisce di conseguenza. Dio gli manda dei fratelli, destinati a diventare una vera moltitudine. I primi due anni costituiscono l’epoca d’oro della storia francescana: dalla povertà assoluta Francesco fa nascere il senso della fraternità e da qui la dimensione della gioia. Nulla è predeterminato in questi primi tempi e le difficoltà vengono risolte mano a mano che si presentano. La forza di Francesco sta tutta nell’esempio, nella coerenza limpida tra le sue parole e la sua vita. Per risolvere il problema della loro sopravvivenza, senza pesare sulle popolazioni chiedendo l’elemosina, Francesco lascia che i suoi fratelli lavorino come salariati, a giornata, e che ricevano in cambio dei soldi, alimenti o vestiti per sé e per gli altri. È una grande novità! Nei primi anni i frati s’impegnano nelle attività più diverse: portano acqua dalle sorgenti alle borgate, tagliano legna nei boschi, fanno i calzolai, ripuliscono mobili, tessono ceste, seppelliscono i morti specie durante le epidemie. Raccolgono, a seconda delle stagioni: grano, olive, frutta, uva. In seguito si mescoleranno a marinai e pescatori o faranno i cuochi presso i signori feudali. Francesco li lascia liberi rispetto alle ore e alle modalità di lavoro, purché mantengano spazi per la preghiera. La professione di ciascuno non viene abbandonata all’ingresso in fraternità, ma viene considerata il campo normale dove esercitare l’apostolato. Francesco valorizza i talenti di ciascuno e non pretende l’impossibile. Periodicamente e secondo il dettato evangelico Francesco manda i fratelli in missione, a coppie, nei paesi e nelle città: affrontano rifiuti, disprezzo, prese in giro, ostilità, soffrono fame, freddo, prepotenze senza ottenere alcun successo apostolico. Francesco continua però a insegnare umiltà e povertà, perdonare le offese, pregare per i persecutori, cambiare il male con il bene, non maledire chi maledice, non turbarsi per le calunnie. All’inizio la predicazione vera e propria veniva messa in secondo piano, la forza del messaggio era costituita tutta dall’esempio e le parole erano poche e semplici. Questo tipo di apostolato è più difficile di quello organizzato, perché non è possibile toccare con mano i risultati e si deve procedere alla luce della fede. E’ un attività apostolica che richiede non tanto una preparazione intellettuale quanto piuttosto una costante conversione del cuore. La vita di Francesco fu comunque tutt’altro che lineare: la sua fede fu grande, ma non gli furono risparmiate né le sofferenze fisiche nell’ultima parte della sua vita, né quelle spirituali. Ebbe i suoi momenti d’insicurezza, la paura di non farcela a condurre i fratelli (non era colto, né abile a parlare). La crisi nasce nel momento in cui Francesco pensa di appoggiarsi solo a sé stesso e alle sue forze e non a Dio. Lanciarsi nelle braccia di Dio implica un autentico “salto spirituale” non facile, né scontato neppure per una persona non comune come il “Poverello” d’Assisi. Quando egli si affida totalmente a Cristo, riacquista serenità e libertà e può essere di nuovo guida e luce per i suoi fratelli. La forza di Francesco sta nella debolezza: non ha nulla, è debole come Cristo sulla croce e proprio così diviene forte e dimostra che solo Dio è il Salvatore, non l’uomo, né la ricchezza, né il potere. Ricevuto a Roma dal Papa, Francesco suscita non poche discussioni e molto scompiglio, ma affascina tutti con la sua innocenza e spontaneità e per la forza con cui applica il Vangelo. Francesco vive con semplicità e immediatezza veramente disarmanti il messaggio di Gesù. Dalla povertà in cui vivono le prime comunità di fratelli nasce la fraternità, che apre i singoli l’uno verso l’altro. Se uno soffre, soffrono tutti, gioie e dolori, sentimenti ed esperienza vengono condivisi come il cibo quotidiano. Così il senso di comunione cresce e si consolida. Sola sicurezza dei fratelli, privi di beni o proprietà, è il Signore, unico in grado di salvare. Man mano che l’ordine s’allarga oltre ogni previsione del suo fondatore, si fa sentire la necessità di dargli una regola scritta. Francesco non era un legislatore ed ha contrasti con i suoi stessi vicari. Vive anni difficili di silenzio di Dio e “notte dello spirito”. Quel che gli appare certo è che suo compito nella Chiesa sia quello d’imitare Cristo povero e umile, non Cristo maestro e dottore. Lui e i suoi fratelli non sono chiamati a organizzare battaglie intellettuali o a difendere il prestigio della Chiesa. Francesco non rinuncerà mai al suo ideale di povertà e umiltà e si sentirà sempre un “Cavaliere di Cristo”, animato da un ideale ai suoi occhi così limpido ed evidente da non aver neanche bisogno di essere dimostrato. Il 3 ottobre 1226, a quarantacinque anni, Francesco muore circondato dall’affetto dei suoi frati e delle popolazioni circostanti. Ha portato nella Chiesa uno spirito assolutamente nuovo, ha realizzato un rapporto privilegiato con la creazione, immagine di Dio, e con Cristo, ha vissuto in modo totalizzante e assoluto la sua vocazione. È stato un uomo autentico. Francesco è ancora il santo del futuro. La regista Liliana Cavani, parlando di lui ha detto: «È talmente nuovo da essere inattuale: noi non siamo ancora pronti per capirlo fino in fondo».
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Ven, 21/05/2010 - 3:19pmHo sempre ammirato i frati perchè davvero hanno sposato la povertà e il vangelo nella sua forma più vicina a Gesù. In particolare quelli che seguono il motto "ora et labora" perchè oltre a coltivare la fede hanno saputo essere indipendenti economicamente. Come sempre Anna sai trovare spunti alla riflessione oltre alle belle foto che hai pubblicato.
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Ven, 21/05/2010 - 3:33pmGrazie Direttore! Fa piacere vedere che un pezzo che a me sembrava, forse, un po' "particolare", possa essere piaciuto... E soprattutto GRAZIE perchè riesci sempre a riparare ai miei pasticci nell'impaginazione!