Ma a che gioco giochiamo?
Attraverso i telegiornali apprendo la notizia che una partita di calcio di qualificazioni ai mondiali del Sudafrica 2010, quindi non una partitella di terza categoria, è stata teatro di un vero e proprio atto di frode sportiva. Thierry Henry, giocatore della nazionale francese, durante la partita Francia-Irlanda ha intenzionalmente stoppato la palla con una mano, in prossimità della porta avversaria, per poi calciarla ed andare a rete. Goal che è stato decisivo e che ha consentito alla nazionale francese di aggiudicarsi la qualificazione ai mondiali del 2010. Ora qualsiasi essere dotato di materia grigia capisce che il principio stesso dello sport in generale, cioè quello della lealtà, alla faccia di Pierre de Coubertin, viene meno. Ciò che è ancor più raccapricciante è che l’organo atto a vigilare sul corretto svolgimento agonistico, la FIFA, ha sentenziato la non ripetibilità della partita pur consapevoli che il giocatore ha ammesso pubblicamente l’irregolarità. Si parla di svista dell’arbitro. Tutti hanno visto ad eccezione di tre imbecilli vestiti di nero presenti a bordo campo. In un atto estremo di fair play la nazionale francese avrebbe potuto farsi autogol e rimettere la palla al centro non solo metaforicamente. La giusta pena, ad una così grave frode sportiva, sarebbe il rifiuto di tutte le squadre a giocare partite con la nazionale francese. Premetto che il calcio non è uno sport che amo, non per la sua logica di gioco in se per se, bensì per i tifosi e per il loro modo ineccepibile di partecipare alle vicende agonistiche dei vari club. Ad esempio, se andate a vedere un incontro di pugilato, sport abbastanza violento in quanto i due contendenti si prendono a pugni, gli spettatori non si prendono a botte o lanciano motorini o si picchiano con le forze dell’ordine se vince o perde il pugile per cui tifano. Nel calcio questo avviene tutte le domeniche. Ultimamente mi è capitato di vedere incontri di arti marziali dove alla fine gli atleti si stringono la mano e si danno la pacca sulla spalla ed il pubblico non si picchia. Allora mi chiedo: perché la legge permette a questi frustrati di andare a vuotare il sacco della violenza accumulata durante la settimana allo stadio la domenica? Poi mi metto anche nei panni di chi per uno stipendio deve andare, non per sua scelta a differenza del tifoso che lo decide, allo stadio e lottare come un gladiatore per riportare la pelle a casa. Poi se muore un agente pazienza tanto veniva pagato, invece se muore un tifoso diventa un martire. Alle molteplici domande cui non so ancora dare una risposta ultimamente si è aggiunto un mistero irrisolvibile: la tessera del tifoso. Trattasi di una card senza la quale non sarà possibile vedere le partite della propria squadra del cuore in trasferta. Nell’ultima settimana tale tessera ha scatenato un putiferio. Tifosi di ogni appartenenza si sono riuniti per manifestare la loro contrarietà. Loro non ci stanno a farsi identificare, la prendono addirittura come una violazione della privacy. Ma scherziamo? Ma cosa me ne frega se le forze dell’ordine sanno che sto vedendo una partita allo stadio. Cosa ho da nascondere se vado a vedere una partita di calcio? Allora c’è malafede? Allora si vuol essere liberi di fare i vandali o i teppisti? Meditate gente, l’arena dei matadores, l’Anfiteatro Flavio si sono trasformati in stadi che non ne hanno ripreso solo le forme.
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Lun, 23/11/2009 - 5:13pmDante
Non sarebbe stato più semplice un rigore a metà partita, anzichè giocare anche i supplementari?
Predisposizione ad accogliere e cogliere un'episodio della partita in un certo modo?
Mah...!
Certamente siamo nel campo dell'ipotesi, con prove difficili da dimostrare.
Personalmente, dopo la terza liceo, quando al lunedì m'accapigliavo con altri studenti per i risultati della domenica, continuo a leggere i titoli della Gazzetta dello Sport prendendo il caffè al bar. Ma con tutti i soldi che prendono i calciatori, stranieri e mercenari, divertendosi, perchè mai devo fare ancora la fatica di ...zzarmi e pure gratis?
Ma chi "Vvò fa fa?"