LA MONTAGNA, QUELL'ATTIMO DI ETERNITA'!
La freccia sul sentiero dice: “2 ore al rifugio”, “Allora ce ne metterò 3” scatta la vocina fra lo stomaco e il cuore. Sono lenta, lo sono sempre stata; nella vita di tutti i giorni corro veloce, sui sentieri no. Ora saranno anche gli anni o forse qualche chilo in più, ma più di tutto, è quella vocina che mi fa camminare lentamente e quasi sempre da sola o con l’amico giusto; quello a cui piace camminare in silenzio, che non pretende da me prestazioni atletiche in gare con se stessi o con un fantomatico “tempo giusto” per arrivare, quello che gioisce nella pioggia e nel sole… insomma: “ Il perfetto compagno di cammino”.
E il passo segue il passo, il cuore pulsa forte, il respiro gli fa eco, l’anima si distende, il pensiero tace e… io sono. Sono come e con tutto quello che mi circonda, sono senza domandarmi perché o chi sono, sono anche quel dolore irrisolto che sbuca all’improvviso, quella gioia senza ragione che fa vibrare tutte le cellule. E apro le braccia a contenere e le cinghie dello zaino resistono a questo mio bisogno di allargarmi, mi tengono ancorata alla terra come quei fiorellini nati lungo il fosso, leggeri come farfalle, che non possono volare perché le radici non lo permettono e allora sorridono al sole rimanendo lì; dove devono essere. Forse sta tutto qui il bisogno, la chiamata, che sempre più persone sentono di peregrinare. La loro vocina sa che non sono “Le case costruite sul ponte”che rendono felici, sempre quella vocina sussurra che siamo figli dell’Eternità che hanno perso la bussola e cercano una via per esserlo nuovamente.
E allora non sarà il Gps di ultima generazione che cambierà chi lo tiene in mano perché anche quando saprò quanta salita devo fare, dove sono rispetto alla Terra, quanti chilometri ancora mi restano alla meta io dovrò sempre salire la montagna, percorrere quei chilometri, fare i conti con quell’ammasso di cellule e sentimenti che chiamo me stessa e se non l’avrò visto, se quel fiorellino da nulla mi avrà cantato la sua canzone e io non l’avrò ascoltata a che cosa sarà valso camminare? San Francesco parlava agli uccelli, ai fiori… Credo che li ascoltasse e proprio perché li ascoltava loro ascoltavano lui. “Ama e fai quello che vuoi” diceva Sant’Agostino. Ma cosa è amare se non esserci, essere presente, esserci senza limiti? E allora camminare è una via per tornare a Casa, nel proprio spazio e nel proprio tempo che nessun Gps potrà indicarmi se non sarò lì a vibrare nel vento che carezza il mio corpo e scuote quel fiorellino da nulla che ho appena passato e che sorride ancora alle mie spalle. Camminare, quindi, per poter osservare, gustare, assaporare, nel modo più ampio e profondo possibile, in sintonia con i ritmi dell'ambiente, tutto ciò che si incontra sul cammino, tutto ciò che Dio ha creato. Troppe volte escursionisti avanzano sul territorio in modo assolutamente estraneo alla realtà nella quale stanno viaggiando, con l'unico obiettivo di arrivare alla meta nel minor tempo possibile, o conversando del più e del meno, indipendentemente da ciò che li circonda e quindi senza liberare la mente dalle solite occupazioni e preoccupazioni quotidiane. In uno scenario che sembra essere stato creato per la gioia di chi ama percorrere a piedi ogni curva del paesaggio, nasce un termine che racchiude un invito a vivere il trekking come occasione non solo di svago e distrazione dalle attività cittadine, ma proprio come momento di raccoglimento in se stessi, per instaurare un rapporto più autentico e toccante con la natura. Il bosco, il fiume, la montagna, il deserto, vissuti in ogni condizione atmosferica, con pioggia, neve, vento, sole, oppure di notte, donano sensazioni particolari, uniche, irripetibili. Purtroppo nella mentalità corrente, questo contatto ravvicinato è da evitare, queste sono condizioni da cui mettersi al riparo. Un luogo comune della società moderna iperprotettrice è questo "non uscire perché fa freddo, perché piove, attento alle pozzanghere, non sporcarti di fango, non sederti per terra, non sudare, ecc." Il fatto di vedere tutto ciò che non è asciutto, soleggiato, pulito come qualcosa da evitare ha creato questo blocco mentale, che ci impedisce di vivere appieno tutti i fenomeni naturali, e riceverne di conseguenza benefici sia fisici, una potente ricarica energetica, che emotivi, una sensazione impagabile di grande intimità con l'ambiente naturale. Gli antichi consideravano il camminare come qualche cosa di salutare. Basta il solo contatto con un contesto ambientale diverso da quello che frequentiamo abitualmente, basta un viottolo di campagna se non è ancora possibile raggiungere un parco vero e proprio e intraprendere un'attività diversa da quella con cui occupiamo la maggior parte del nostro tempo, basta il camminare, per cogliere punto di vista diversi sulle questioni che ci preoccupano, e intravedere nuove possibili soluzioni, tranquillizzando così la nostra mente. Del resto anche la scienza medica riconosce gli ampi poteri curativi dell'attività fisica a contatto con l'ambiente naturale. L'uomo primitivo, camminando a piedi nudi sul terreno, stimolava continuamente i riflessi di ogni parte del corpo, favoriva l'equilibrio del sistema circolatorio e manteneva un buon livello di scarica della propria energia nel terreno, favorendo così il proprio benessere a tutti i livelli, fisico, emotivo, mentale e spirituale. In questa società sempre più frenetica e superficiale è importante riappropriarsi di ritmi semplicemente più umani, più lenti, e di comportamenti più naturali, che sono alla base di un buon equilibrio per ogni essere umano. Camminare, ammirare la natura, gli animali, socializzare con le persone che si incontrano, parlare, cantare, ballare, sono le cose semplici e normali a cui dovrà tendere l'uomo nel prossimo millennio per riscoprire una dimensione più umana e vitale, in armonia con i ritmi della natura. La montagna racchiude in se qualcosa di magico, un senso mistico di bellezza, un qualcosa che attrae e la rende amabile e indimenticabile, infatti l’esperienza di raggiungere alcune vette, e di vivere qualche ora lassù (dove forse si è più vicini al Paradiso!) è qualcosa che rimane impresso nell’anima e nella mente, è un risveglio della spontaneità del nostro essere più vero. Raggiungere la vetta è godere di un effetto magnifico, è la trasmissione di un messaggio d’altri tempi che ci mette in contatto con quanto di più alto e profondo c’è nella nostra natura umana in un contesto più vasto che ci relaziona con l’infinito. Durante la settimana siamo immersi nel caos, presi da mille distrazioni che ci fanno perdere quella consapevolezza che la montagna ci restituisce avvolgendoci con il suo manto di silenzio in uno scenario di colori e profumi che invita a far pace con il mondo e con se stessi. Con l'intento di continuare ad emozionarci ancora di fronte alle bellezze della montagna, siamo già pronti per la prossima escursione. Io credo che la montagna abbia la voce e ci parli. Parla, sì parla. Siamo noi che non vogliamo più sentirla perché oggi ci mette a nudo. Raggiungere la vetta è godere di un effetto magnifico, è la trasmissione di un messaggio d’altri tempi che ci mette in contatto con quanto di più alto e profondo c’è nella nostra natura umana in un contesto più vasto che ci relaziona con l’infinito. Durante la settimana siamo immersi nel caos, presi da mille distrazioni che ci fanno perdere quella consapevolezza che la montagna ci restituisce avvolgendoci con il suo manto di silenzio in uno scenario di colori e profumi che invita a far pace con il mondo e con se stessi. Con l'intento di continuare ad emozionarci ancora di fronte alle bellezze della montagna, siamo già pronti per la prossima escursione. Io credo che la montagna abbia la voce e ci parli. Parla, sì parla. Siamo noi che non vogliamo più sentirla perché oggi ci mette a nudo. La montagna è' un dono di Dio e non è retorica falsa. E' spiritualità perché la montagna è anche un compagno di viaggio, è un grembo materno. E’ importante avvicinarsi alla montagna con l'educazione del sentire. Anche i programmi televisivi e i libri sulla montagna, sulla natura, sono solo tecnici: nessuno parla di Dio, della consolazione, della serenità che può infondere un bosco o un sentiero. E' tecnica. E’ poi una scuola di vita. Quando si cammina per ore per arrivare su una cima, quanto ci si arriva e poi si torna giù, quella è scuola. La montagna ci insegna, che da una vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere. Quindi anche nella vita, ci fa capire, che chi raggiunge dei traguardi deve poi solo imparare a scendere da essi. Ed è difficile, perché si è stanchi e spesso l'ora è tarda. Dopo di che insegna la fatica, poiché la montagna è in salita, come la nostra vita. Ci consuma energie, ma quando si arriva in un rifugio e si mangia un panino, si capisce che il tonno non deve tagliarsi con il grissino, per essere buono. Deve prima di tutto essere vero. Così la montagna mette a nudo la naturalità, ci impegna a essere in rapporto con le cose autentiche. Quando dopo le ore di cammino trovi una sorgente che butta acqua capisci la preziosità dell'acqua. E nella fatica apprezzi non solo il bicchiere d'acqua, o il pane, ma anche l'amicizia, gli incontri. La montagna manda questi messaggi: anche gli odori, i rumori. Ma avete mai sentito il torrente correre? Chi si ferma a sedersi per sentire che l'acqua non fa differenze come noi, ma bagna tutti i sassi? Quelli neri e quelli bianchi, quelli limacciosi e quelli lucidi? Però bisogna essere umili per capire. Bisogna ascoltare. Spogliarsi di tutto quello di falso e apparente che c'è, altrimenti con la montagna uccideremo anche un pezzo di Dio.
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Dom, 18/10/2009 - 5:46pmMandy