REGOLIAMOCI: DALLA TRASGRESSIONE ALLA LIBERA SCELTA. IL CAMMINO VERSO IL RISPETTO DELLE REGOLE.
Quante volte sperimentiamo concretamente, quotidianamente, quanto sia diffuso il non rispetto o se preferite la violazione delle regole? Si va dalle semplici inosservanze fino ad arrivare a vere e proprie trasgressioni delle leggi, basti pensare al codice stradale. Non c’è da meravigliarsi – e credo sia davanti agli occhi di tutti – quanto tutto questo non rispetto incida negativamente sulla qualità della vita della nostra società. Atti di vandalismo, furti, risse, violenza negli stadi, bullismo scolastico, fumo, alcol, giochi pericolosi, sfide ai semafori rossi, aggressioni fisiche... per arrivare al cosiddetto disimpegno morale, “non è così grave rubare nei grandi magazzini al confronto dei furti commessi dai politici”, “si sono dati solo qualche pugno e poi non si sono fatti male”, “lo fanno tutti”. È proprio attraverso un atteggiamento rischioso e antisociale che i giovani sperimentano una propria forma di identità, sentono di essere qualcuno, di aver raggiunto una certa visibilità, talvolta credono addirittura di essere diventati eroi. Eroi negativi, aggiungiamo noi. La nostra società non ci aiuta sicuramente: per sentirti vivo, per essere qualcuno o qualcosa è fondamentale apparire. Nessuna riflessione, nessuna consapevolezza, nessun discernimento: si agisce senza pensare, spinti da un comportamento in cerca di una facile identità finalizzata solo ad integrarsi nel gruppo dei pari, per uniformarsi, omologarsi, appiattirsi. Pensate per un momento al fenomeno del writing, i famosi graffiti urbani: arte o vandalismo? Da tempo archeologi, architetti, storici dell’arte, giuristi, psicologi della comunicazione, filosofi del linguaggio, psicoanalisti, restauratori sono alle prese per comprendere il graffitismo urbano. Realtà nata nelle periferie, dove gli spazi e le occasioni di aggregazione non sono certo né numerose né interessanti, ma se andiamo ad interrogare la gente per i molti è una manifestazione invasiva, degradante, un atto illegale, trasgressivo, un gesto di mera autoaffermazione senza sapere che talvolta tutto questo nasce da un disagio di comunicabilità, da difficoltà relazionali, dal bisogno dei giovani di esprimersi con un linguaggio tutto loro, dalla voglia di lasciare un segno, di colorare la città, portare l’arte in strada. E non è sicuramente reprimendo che si ferma il fenomeno ma fornendo ai ragazzi esempi positivi, in una parola educandoli. Un concetto per noi sicuramente non nuovo che ci fa fare un balzo indietro nel tempo di quasi un secolo. E’ necessario offrire al ragazzo un mezzo efficace per sviluppare il suo carattere, per formare la sua personalità al di fuori di qualsiasi schematizzazione oppressiva, attraverso un rapporto educativo, rispettoso dei principi di libertà e di democrazia, in grado di favorire un adeguato sviluppo dello spirito critico. Da sempre, soprattutto negli adolescenti, si è visto e si continua a vedere un comportamento che si oppone alle norme sociali, ai valori e ai principi della comunità di appartenenza, famiglia, scuola, amici... È un comportamento ribelle che tende a mettere in discussione le norme degli adulti arrivando al bisogno di trasgredire le regole sociali, le norme di comportamento. Quanto più adulti, educatori, insegnanti, forze dell’ordine impongono regole, norme, restrizioni, tanto più si stimola nell’adolescente il bisogno di ribellione e trasgressione. Siamo tutti concordi che per fare breccia nei dissensi e nelle ribellioni bisognerebbe vivere principalmente in un ambiente familiare affettivamente sereno, ma sappiamo anche che questo non basta. La famiglia gioca un ruolo importante, la famiglia è il primo nucleo sociale in cui si muove il bambino e ciò che impara in famiglia lo trasferisce negli altri contesti. La famiglia dovrebbe saper coniugare le regole e il rispetto con l’affetto e il dialogo, promuovendo la capacità di assumersi delle responsabilità e negoziando le proprie esigenze con quelle degli altri. Dare fiducia ai ragazzi, lasciare loro il compito di autogiudicarsi e di stabilire se la loro vita e il loro comportamento corrispondono al modello proposto. Pensiamo al bisogno di lealtà, cioè di poter leggere nell’altro quanto pensa e quanto è, è fondamentale nella vita sociale. La lealtà con se stessi fa scoprire tutte le proprie potenzialità e i propri limiti, fa superare paure e trovare linguaggi, parole, gesti che meglio esprimono la propria verità. Andare controcorrente, essere se stessi richiede coraggio e forza, è facile scendere al compromesso, perché è difficile conoscere bene se stessi e individuare le piccole e grandi slealtà del quotidiano. Autoeducarsi, quindi, significa assumere la responsabilità della propria e dell’altrui crescita, pretendendo dagli altri la stessa passione, l’identico slancio.
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Lun, 23/11/2009 - 5:16pmEcco il testo di un giornalista del messaggero:
Se l'apatia del prossimo è peggio dell'aggression e
Sottintendendo che "chi non fa nulla per impedire un'ingiustizia ne diventa complice", i cronisti evidenziano l'indifferenza della folla. Ma dobbiamo stupirci?
Se si interviene durante un pestaggio o una violenza bisogna mettere in conto che la reazione degli aggressori potrebbe colpire anche noi senza pietà. Inoltre, una quota di violenza è ormai un surround scontato quanto inevitabile nella vita delle grandi città: non sappiamo dove e quando capiterà sotto i nostri occhi o se, per malaugurata sorte, saremo noi le prossime vittime; ma sappiamo che fa ormai parte del gioco. Dopo tutto, immagini e filmati brutali, dove fiction e realtà si mescolano in un cinico pout pourri, ci hanno educati, nel corso degli anni, a coltivare una certa impermeabilità agli choc. O no?
Eloquente no. Noi apparteniamo ad una delle nazioni più civili del mondo. Nella terra germanica non sarebbe accaduto perché discendenti dei barbari teutoni. E allora ancora una volta mi viene da gridare W L’ITALIA.
una gran bella organizzazione, oltrechè di una scelta notturna dell'orario di esecuzione), quando DECORANO i dimessi e malmessi vagoni di treni locali e metropolitane anonime, quando FIRMANO a caratteri cubitali mal frequentati condomini di periferie alienate, meritano considerazione.
Non rapinano il prossimo, ma disegnano e colorano con le bombolette. Dimostrano un gusto. Infatti non gli ho mai visto imbrattare il Duomo di Milano, Palazzo della Signoria a Firenze, Piazza del Plebiscito a Napoli, il Colosseo e Ponte Milvio a Roma.
Ho visto gli innamorati e le gite scolastiche scrivere le loro date ovunque e mettere i lucchetti dove non chiudono niente.
I writers, che un gusto, piaccia o no, ce l'hanno, quei luoghi li rispettano.
Me lo hai cassato?
Quante volte sperimentiamo concretamente, quotidianamente, quanto sia diffuso il non rispetto o se preferite la violazione delle regole? Si va dalle semplici inosservanze fino ad arrivare a vere e proprie trasgressioni delle leggi, basti pensare al codice stradale. Non c’è da meravigliarsi – e credo sia davanti agli occhi di tutti – quanto tutto questo non rispetto incida negativamente sulla qualità della vita della nostra società. Atti di vandalismo, furti, risse, violenza negli stadi, bullismo scolastico, fumo, alcol, giochi pericolosi, sfide ai semafori rossi, aggressioni fisiche... per arrivare al cosiddetto disimpegno morale, “non è così grave rubare nei grandi magazzini al confronto dei furti commessi dai politici”, “si sono dati solo qualche pugno e poi non si sono fatti male”, “lo fanno tutti”. È proprio attraverso un atteggiamento rischioso e antisociale che i giovani sperimentano una propria forma di identità, sentono di essere qualcuno, di aver raggiunto una certa visibilità, talvolta credono addirittura di essere diventati eroi. Eroi negativi, aggiungiamo noi. La nostra società non ci aiuta sicuramente: per sentirti vivo, per essere qualcuno o qualcosa è fondamentale apparire. Nessuna riflessione, nessuna consapevolezza, nessun discernimento: si agisce senza pensare, spinti da un comportamento in cerca di una facile identità finalizzata solo ad integrarsi nel gruppo dei pari, per uniformarsi, omologarsi, appiattirsi. Pensate per un momento al fenomeno del writing, i famosi graffiti urbani: arte o vandalismo?
Da tempo archeologi, architetti, storici dell’arte, giuristi, psicologi della comunicazione, filosofi del linguaggio, psicoanalisti, restauratori sono alle prese per comprendere il graffitismo urbano. Realtà nata nelle periferie, dove gli spazi e le occasioni di aggregazione non sono certo né numerose né interessanti, ma se andiamo ad interrogare la gente per i molti è una manifestazione invasiva, degradante, un atto illegale, trasgressivo, un gesto di mera autoaffermazion e senza sapere che talvolta tutto questo nasce da un disagio di comunicabilità, da difficoltà relazionali, dal bisogno dei giovani di esprimersi con un linguaggio tutto loro, dalla voglia di lasciare un segno, di colorare la città, portare l’arte in strada. E non è sicuramente reprimendo che si ferma il fenomeno ma fornendo ai ragazzi esempi positivi, in una parola educandoli. Un concetto per noi sicuramente non nuovo che ci fa fare un balzo indietro nel tempo di quasi un secolo. E’ necessario offrire al ragazzo un mezzo efficace per sviluppare il suo carattere, per formare la sua personalità al di fuori di qualsiasi schematizzazion e oppressiva, attraverso un rapporto educativo, rispettoso dei principi di libertà e di democrazia, in grado di favorire un adeguato sviluppo dello spirito critico. Da sempre, soprattutto negli adolescenti, si è visto e si continua a vedere un comportamento che si oppone alle norme sociali, ai valori e ai principi della comunità di appartenenza, famiglia, scuola, amici... È un comportamento ribelle che tende a mettere in discussione le norme degli adulti arrivando al bisogno di trasgredire le regole sociali, le norme di comportamento. Quanto più adulti, educatori, insegnanti, forze dell’ordine impongono regole, norme, restrizioni, tanto più si stimola nell’adolescente il bisogno di ribellione e trasgressione. Siamo tutti concordi che per fare breccia nei dissensi e nelle ribellioni bisognerebbe vivere principalmente in un ambiente familiare affettivamente sereno, ma sappiamo anche che questo non basta. La famiglia gioca un ruolo importante, la famiglia è il primo nucleo sociale in cui si muove il bambino e ciò che impara in famiglia lo trasferisce negli altri contesti. La famiglia dovrebbe saper coniugare le regole e il rispetto con l’affetto e il dialogo, promuovendo la capacità di assumersi delle responsabilità e negoziando le proprie esigenze con quelle degli altri. Dare fiducia ai ragazzi, lasciare loro il compito di autogiudicarsi e di stabilire se la loro vita e il loro comportamento corrispondono al modello proposto. Pensiamo al bisogno di lealtà, cioè di poter leggere nell’altro quanto pensa e quanto è, è fondamentale nella vita sociale. La lealtà con se stessi fa scoprire tutte le proprie potenzialità e i propri limiti, fa superare paure e trovare linguaggi, parole, gesti che meglio esprimono la propria verità. Andare controcorrente, essere se stessi richiede coraggio e forza, è facile scendere al compromesso, perché è difficile conoscere bene se stessi e individuare le piccole e grandi slealtà del quotidiano. Autoeducarsi, quindi, significa assumere la responsabilità della propria e dell’altrui crescita, pretendendo dagli altri la stessa passione, l’identico slancio.Quante volte sperimentiamo concretamente, quotidianamente, quanto sia diffuso il non rispetto o se preferite la violazione delle regole? Si va dalle semplici inosservanze fino ad arrivare a vere e proprie trasgressioni delle leggi, basti pensare al codice stradale. Non c’è da meravigliarsi – e credo sia davanti agli occhi di tutti – quanto tutto questo non rispetto incida negativamente sulla qualità della vita della nostra società. Atti di vandalismo, furti, risse, violenza negli stadi, bullismo scolastico, fumo, alcol, giochi pericolosi, sfide ai semafori rossi, aggressioni fisiche... per arrivare al cosiddetto disimpegno morale, “non è così grave rubare nei grandi magazzini al confronto dei furti commessi dai politici”, “si sono dati solo qualche pugno e poi non si sono fatti male”, “lo fanno tutti”. È proprio attraverso un atteggiamento rischioso e antisociale che i giovani sperimentano una propria forma di identità, sentono di essere qualcuno, di aver raggiunto una certa visibilità, talvolta credono addirittura di essere diventati eroi. Eroi negativi, aggiungiamo noi. La nostra società non ci aiuta sicuramente: per sentirti vivo, per essere qualcuno o qualcosa è fondamentale apparire. Nessuna riflessione, nessuna consapevolezza, nessun discernimento: si agisce senza pensare, spinti da un comportamento in cerca di una facile identità finalizzata solo ad integrarsi nel gruppo dei pari, per uniformarsi, omologarsi, appiattirsi. Pensate per un momento al fenomeno del writing, i famosi graffiti urbani: arte o vandalismo?
Da tempo archeologi, architetti, storici dell’arte, giuristi, psicologi della comunicazione, filosofi del linguaggio, psicoanalisti, restauratori sono alle prese per comprendere il graffitismo urbano. Realtà nata nelle periferie, dove gli spazi e le occasioni di aggregazione non sono certo né numerose né interessanti, ma se andiamo ad interrogare la gente per i molti è una manifestazione invasiva, degradante, un atto illegale, trasgressivo, un gesto di mera autoaffermazion e senza sapere che talvolta tutto questo nasce da un disagio di comunicabilità, da difficoltà relazionali, dal bisogno dei giovani di esprimersi con un linguaggio tutto loro, dalla voglia di lasciare un segno, di colorare la città, portare l’arte in strada. E non è sicuramente reprimendo che si ferma il fenomeno ma fornendo ai ragazzi esempi positivi, in una parola educandoli. Un concetto per noi sicuramente non nuovo che ci fa fare un balzo indietro nel tempo di quasi un secolo. E’ necessario offrire al ragazzo un mezzo efficace per sviluppare il suo carattere, per formare la sua personalità al di fuori di qualsiasi schematizzazion e oppressiva, attraverso un rapporto educativo, rispettoso dei principi di libertà e di democrazia, in grado di favorire un adeguato sviluppo dello spirito critico. Da sempre, soprattutto negli adolescenti, si è visto e si continua a vedere un comportamento che si oppone alle norme sociali, ai valori e ai principi della comunità di appartenenza, famiglia, scuola, amici... È un comportamento ribelle che tende a mettere in discussione le norme degli adulti arrivando al bisogno di trasgredire le regole sociali, le norme di comportamento. Quanto più adulti, educatori, insegnanti, forze dell’ordine impongono regole, norme, restrizioni, tanto più si stimola nell’adolescente il bisogno di ribellione e trasgressione. Siamo tutti concordi che per fare breccia nei dissensi e nelle ribellioni bisognerebbe vivere principalmente in un ambiente familiare affettivamente sereno, ma sappiamo anche che questo non basta. La famiglia gioca un ruolo importante, la famiglia è il primo nucleo sociale in cui si muove il bambino e ciò che impara in famiglia lo trasferisce negli altri contesti. La famiglia dovrebbe saper coniugare le regole e il rispetto con l’affetto e il dialogo, promuovendo la capacità di assumersi delle responsabilità e negoziando le proprie esigenze con quelle degli altri. Dare fiducia ai ragazzi, lasciare loro il compito di autogiudicarsi e di stabilire se la loro vita e il loro comportamento corrispondono al modello proposto. Pensiamo al bisogno di lealtà, cioè di poter leggere nell’altro quanto pensa e quanto è, è fondamentale nella vita sociale. La lealtà con se stessi fa scoprire tutte le proprie potenzialità e i propri limiti, fa superare paure e trovare linguaggi, parole, gesti che meglio esprimono la propria verità. Andare controcorrente, essere se stessi richiede coraggio e forza, è facile scendere al compromesso, perché è difficile conoscere bene se stessi e individuare le piccole e grandi slealtà del quotidiano. Autoeducarsi, quindi, significa assumere la responsabilità della propria e dell’altrui crescita, pretendendo dagli altri la stessa passione, l’identico slancio.fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffQu ante volte sperimentiamo concretamente, quotidianamente, quanto sia diffuso il non rispetto o se preferite la violazione delle regole? Si va dalle semplici inosservanze fino ad arrivare a vere e proprie trasgressioni delle leggi, basti pensare al codice stradale. Non c’è da meravigliarsi – e credo sia davanti agli occhi di tutti – quanto tutto questo non rispetto incida negativamente sulla qualità della vita della nostra società. Atti di vandalismo, furti, risse, violenza negli stadi, bullismo scolastico, fumo, alcol, giochi pericolosi, sfide ai semafori rossi, aggressioni fisiche... per arrivare al cosiddetto disimpegno morale, “non è così grave rubare nei grandi magazzini al confronto dei furti commessi dai politici”, “si sono dati solo qualche pugno e poi non si sono fatti male”, “lo fanno tutti”. È proprio attraverso un atteggiamento rischioso e antisociale che i giovani sperimentano una propria forma di identità, sentono di essere qualcuno, di aver raggiunto una certa visibilità, talvolta credono addirittura di essere diventati eroi. Eroi negativi, aggiungiamo noi. La nostra società non ci aiuta sicuramente: per sentirti vivo, per essere qualcuno o qualcosa è fondamentale apparire. Nessuna riflessione, nessuna consapevolezza, nessun discernimento: si agisce senza pensare, spinti da un comportamento in cerca di una facile identità finalizzata solo ad integrarsi nel gruppo dei pari, per uniformarsi, omologarsi, appiattirsi. Pensate per un momento al fenomeno del writing, i famosi graffiti urbani: arte o vandalismo?
Da tempo archeologi, architetti, storici dell’arte, giuristi, psicologi della comunicazione, filosofi del linguaggio, psicoanalisti, restauratori sono alle prese per comprendere il graffitismo urbano. Realtà nata nelle periferie, dove gli spazi e le occasioni di aggregazione non sono certo né numerose né interessanti, ma se andiamo ad interrogare la gente per i molti è una manifestazione invasiva, degradante, un atto illegale, trasgressivo, un gesto di mera autoaffermazion e senza sapere che talvolta tutto questo nasce da un disagio di comunicabilità, da difficoltà relazionali, dal bisogno dei giovani di esprimersi con un linguaggio tutto loro, dalla voglia di lasciare un segno, di colorare la città, portare l’arte in strada. E non è sicuramente reprimendo che si ferma il fenomeno ma fornendo ai ragazzi esempi positivi, in una parola educandoli. Un concetto per noi sicuramente non nuovo che ci fa fare un balzo indietro nel tempo di quasi un secolo. E’ necessario offrire al ragazzo un mezzo efficace per sviluppare il suo carattere, per formare la sua personalità al di fuori di qualsiasi schematizzazion e oppressiva, attraverso un rapporto educativo, rispettoso dei principi di libertà e di democrazia, in grado di favorire un adeguato sviluppo dello spirito critico. Da sempre, soprattutto negli adolescenti, si è visto e si continua a vedere un comportamento che si oppone alle norme sociali, ai valori e ai principi della comunità di appartenenza, famiglia, scuola, amici... È un comportamento ribelle che tende a mettere in discussione le norme degli adulti arrivando al bisogno di trasgredire le regole sociali, le norme di comportamento. Quanto più adulti, educatori, insegnanti, forze dell’ordine impongono regole, norme, restrizioni, tanto più si stimola nell’adolescente il bisogno di ribellione e trasgressione. Siamo tutti concordi che per fare breccia nei dissensi e nelle ribellioni bisognerebbe vivere principalmente in un ambiente familiare affettivamente sereno, ma sappiamo anche che questo non basta. La famiglia gioca un ruolo importante, la famiglia è il primo nucleo sociale in cui si muove il bambino e ciò che impara in famiglia lo trasferisce negli altri contesti. La famiglia dovrebbe saper coniugare le regole e il rispetto con l’affetto e il dialogo, promuovendo la capacità di assumersi delle responsabilità e negoziando le proprie esigenze con quelle degli altri. Dare fiducia ai ragazzi, lasciare loro il compito di autogiudicarsi e di stabilire se la loro vita e il loro comportamento corrispondono al modello proposto. Pensiamo al bisogno di lealtà, cioè di poter leggere nell’altro quanto pensa e quanto è, è fondamentale nella vita sociale. La lealtà con se stessi fa scoprire tutte le proprie potenzialità e i propri limiti, fa superare paure e trovare linguaggi, parole, gesti che meglio esprimono la propria verità. Andare controcorrente, essere se stessi richiede coraggio e forza, è facile scendere al compromesso, perché è difficile conoscere bene se stessi e individuare le piccole e grandi slealtà del quotidiano. Autoeducarsi, quindi, significa assumere la responsabilità della propria e dell’altrui crescita, pretendendo dagli altri la stessa passione, l’identico slancio.fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffffffffff fffffffQuante volte sperimentiamo concretamente, quotidianamente, quanto sia diffuso il non rispetto o se preferite la violazione delle regole? Si va dalle semplici inosservanze fino ad arrivare a vere e proprie trasgressioni delle leggi, basti pensare al codice stradale. Non c’è da meravigliarsi – e credo sia davanti agli occhi di tutti – quanto tutto questo non rispetto incida negativamente sulla qualità della vita della nostra società. Atti di vandalismo, furti, risse, violenza negli stadi, bullismo scolastico, fumo, alcol, giochi pericolosi, sfide ai semafori rossi, aggressioni fisiche... per arrivare al cosiddetto disimpegno morale, “non è così grave rubare nei grandi magazzini al confronto dei furti commessi dai politici”, “si sono dati solo qualche pugno e poi non si sono fatti male”, “lo fanno tutti”. È proprio attraverso un atteggiamento rischioso e antisociale che i giovani sperimentano una propria forma di identità, sentono di essere qualcuno, di aver raggiunto una certa visibilità, talvolta credono addirittura di essere diventati eroi. Eroi negativi, aggiungiamo noi. La nostra società non ci aiuta sicuramente: per sentirti vivo, per essere qualcuno o qualcosa è fondamentale apparire. Nessuna riflessione, nessuna consapevolezza, nessun discernimento: si agisce senza pensare, spinti da un comportamento in cerca di una facile identità finalizzata solo ad integrarsi nel gruppo dei pari, per uniformarsi, omologarsi, appiattirsi. Pensate per un momento al fenomeno del writing, i famosi graffiti urbani: arte o vandalismo?
Da tempo archeologi, architetti, storici dell’arte, giuristi, psicologi della comunicazione, filosofi del linguaggio, psicoanalisti, restauratori sono alle prese per comprendere il graffitismo urbano. Realtà nata nelle periferie, dove gli spazi e le occasioni di aggregazione non sono certo né numerose né interessanti, ma se andiamo ad interrogare la gente per i molti è una manifestazione invasiva, degradante, un atto illegale, trasgressivo, un gesto di mera autoaffermazion e senza sapere che talvolta tutto questo nasce da un disagio di comunicabilità, da difficoltà relazionali, dal bisogno dei giovani di esprimersi con un linguaggio tutto loro, dalla voglia di lasciare un segno, di colorare la città, portare l’arte in strada. E non è sicuramente reprimendo che si ferma il fenomeno ma fornendo ai ragazzi esempi positivi, in una parola educandoli. Un concetto per noi sicuramente non nuovo che ci fa fare un balzo indietro nel tempo di quasi un secolo. E’ necessario offrire al ragazzo un mezzo efficace per sviluppare il suo carattere, per formare la sua personalità al di fuori di qualsiasi schematizzazion e oppressiva, attraverso un rapporto educativo, rispettoso dei principi di libertà e di democrazia, in grado di favorire un adeguato sviluppo dello spirito critico. Da sempre, soprattutto negli adolescenti, si è visto e si continua a vedere un comportamento che si oppone alle norme sociali, ai valori e ai principi della comunità di appartenenza, famiglia, scuola, amici... È un comportamento ribelle che tende a mettere in discussione le norme degli adulti arrivando al bisogno di trasgredire le regole sociali, le norme di comportamento. Quanto più adulti, educatori, insegnanti, forze dell’ordine impongono regole, norme, restrizioni, tanto più si stimola nell’adolescente il bisogno di ribellione e trasgressione. Siamo tutti concordi che per fare breccia nei dissensi e nelle ribellioni bisognerebbe vivere principalmente in un ambiente familiare affettivamente sereno, ma sappiamo anche che questo non basta. La famiglia gioca un ruolo importante, la famiglia è il primo nucleo sociale in cui si muove il bambino e ciò che impara in famiglia lo trasferisce negli altri contesti. La famiglia dovrebbe saper coniugare le regole e il rispetto con l’affetto e il dialogo, promuovendo la capacità di assumersi delle responsabilità e negoziando le proprie esigenze con quelle degli altri. Dare fiducia ai ragazzi, lasciare loro il compito di autogiudicarsi e di stabilire se la loro vita e il loro comportamento corrispondono al modello proposto. Pensiamo al bisogno di lealtà, cioè di poter leggere nell’altro quanto pensa e quanto è, è fondamentale nella vita sociale. La lealtà con se stessi fa scoprire tutte le proprie potenzialità e i propri limiti, fa superare paure e trovare linguaggi, parole, gesti che meglio esprimono la propria verità. Andare controcorrente, essere se stessi richiede coraggio e forza, è facile scendere al compromesso, perché è difficile conoscere bene se stessi e individuare le piccole e grandi slealtà del quotidiano. Autoeducarsi, quindi, significa assumere la responsabilità della propria e dell’altrui crescita, pretendendo dagli altri la stessa passione, l’identico slancio.